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Ricordi/1
post pubblicato in Nipponia, il 16 novembre 2008
Le bevande calde di Starbucks non sono calde, sono bollenti. Ustionanti. Esistono superlativi ancora più assoluti? Si può dire ustionantissime? (No, me lo sottolinea in rosso.)
Sono colate di lava.
(Se non sbaglio, mi pare di ricordare che una tizia in America ha fatto causa alla dirigenza per le ustioni riportate quando un bicchiere le si è rovesciato addosso. Ha vinto e infatti ora sono obbligati a scrivere cose tipo CAUTION! HOT! oppure PUO' PROVOCARE USTIONI o roba allegra così.)
Io prendevo il tè, perché il caffè non lo bevo espresso figuriamoci americano, prendevo il tè small, english breakfast oppure earl grey. Non ho mai capito la differenza ma mi piaceva stare qualche secondo in più alla cassa a scegliere tra due cose per me perfettamente identiche.
Passare l'inverno da Starbucks non è stato poi così male.
Fuori 0 gradi, dentro 30. Alcune sere rimanevo fino alla chiusura.
I dolcetti li ho provati tutti, dall'insipida torta di carote e zucchine alla commovente cheese-cake, fino allo sconvolgente Volcano, una tortina di solo cioccolato con una cavità dalle pareti glassate in cui la ragazza versava una tazzina intera di caffè (così lo bevo), per poi ricoprire il tutto di panna.
Ne porto ancora i segni.
Per non parlare della torta alle pere, quella al formaggio e semi di papavero, gli orribili cookies, la ciambella al caramello (che mi ha fregato perché il caramello solido sembra cioccolato).

Il dramma era la temperatura del tè. Duemila gradi.
In più Starbucks usa i bicchieri di carta, o cartoncino che dir si voglia, quindi oltre che per la lingua l'ustione è assicurata anche per la mano. (A dire il vero hanno anche le tazze, ma sono di un'unica taglia. Troppo piccola.)
Mi ero accorta però che esisteva un metodo per salvaguardare almeno gli arti, cioè una specie di fascetta di cartone più spesso in cui le ragazze dietro il bancone infilavano il bicchiere prima di porgerlo all'ignaro cliente.
Perfetto.
Chiedevo il mio earl grey e munita di vassoio e dolcetto andavo ad aspettare che fosse pronto, infilato nel suo bel proteggi-mano-dall'ustione.
Solo che quella cosa non era in dotazione automaticamente, e me ne sono accorta il giorno in cui la ragazza mi ha allungato il bicchiere senza la sua protezione.
Panico.
Quell'affare mi serve, e mò come si dirà in giapponese?
«ehm... asp... potrei avere... ehm... quella cosa di carta...»
Certo, come no. Quella cosa di carta.
«Ah, vuole &£$%/#? Ecco a lei»
Sgrunt. Non ho capito. Ma come cazzo si dirà?? Voi conoscete la parola italiana equivalente? No, non la conoscete, perché non esiste. Che bello cercare sul dizionario una parola che non esiste. Vabbè, magari è stato un caso, magari si è solo scordata, posso campare senza sapere come si dice fascetta-di-carta-proteggi-mano-dall'ustione.
No.
Qualche giorno dopo, stessa scena.
«Ehmmm... mi servirebbe... siccome il bicchiere è caldo...» (gesto di infilare il bicchiere dentro qualcosa).
«Ah, subito!»
No, basta. DEVO sapere.
«ehm, ma come si chiama in giapponese questa cosa?» (indico il cartoncino tubolare)
«Ah, si chiama SURIIBU»
«Eh?»
«SU-RII-BU»
«Ah»
...
Me ne vado al tavolo. Ma che è SURIIBU? Questa m'ha cojonato.

Ah, no. Ho capito. Meno male che sono un genio.
SLEEVE. Manica. Che si pronuncia più o meno SURIIBU. L'ennesima parola mutuata dall'inglese. Eheh. Divertente.
Manica. Capito? Infili il bicchiere dentro una manica di cartone. Noi in italiano non diremmo mai un'oscenità del genere, però sta di fatto che una parola corrispondente non esiste. Forse perché l'oggetto in sé non esiste, non esiste bere roba ustionante, non esistono i bicchieri di carta al bar, non esiste manco Starbucks e vivaddio. Comunque rosico, perché non ammetto che l'italiano sia mancante di qualcosa rispetto al giapponese. I jappi quando non hanno parole (spesso) le prendono da altre lingue, et voilà. L'italiano invece ha una sua dignità e queste cosacce non le fa, però, per dire, potevano fare un tempo verbale in meno, che ne so, il trapassato remoto chi cazzo lo usa?, e fornirci di una parola specifica, chiaramente non manica, per indicare quella cosa.

Così ho passato l'inverno a chiedere «una manica per favore», tutta sorridente e tronfia.
E loro, servizievoli, «subito!».
Sfido qualunque nipponista a sapere come si dice quella cosa. AH!

Poi a marzo Aki mi ha regalato un bicchierone termico di Starbucks, rosa, con i petali di ciliegio impressi sopra. Ho cominciato a usare quello, me lo portavo fisso in borsa, e la gloriosa epoca delle maniche è finita. Sviluppo sostenibile batte lessico improprio.

***

Il tutto mi è venuto in mente perché qua mi faccio il tè a casa, 2 minuti secchi nel microonde per scaldare l'acqua, bustina un minuto a mollo, miele e via.
E passerò l'inverno così, davanti al computer con un tazzone fumante fornito di manico, invece che di manica.



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permalink | inviato da Alabama! il 16/11/2008 alle 20:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa
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